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mercoledì 10 ottobre 2012

I Padroni del Vapore gettano la maschera


E' ufficiale:  

Nell’ultima riunione del Comitato direttivo, il Club Bilderberg per la prima volta ha deciso di entrare direttamente nella politica italiana, è pronto a mettere sul piatto centinaia di Mld per portare Mario Monti alle prossime elezioni politiche del 14-15 Aprile 2013.

Il gruppo sta progettando una campagna elettorale senza precedenti, investimenti a tutto campo nella comunicazione globale, TV (Sky - RAI), Principali organi di stampa, agenzie di Stampa presenti sul web (Mediaset). Nessun gruppo di potere italiano potrà competere con la grande macchina Trilaterale.

Nel Comitato Direttivo si è deciso anche la ripartizione degli investimenti usando come metro lo share (indice di ascolto), un metro diverso si è deciso per la TV di Rupert Murdoch per il quale sono previsti investimenti per oltre 50 Mld, in questo caso non si è basati sullo Share ma sul Target degli utenti, ha meno utenti ma di cultura medio alta con potere incisivo e decisionale sul voto.

Altri 40 Mld saranno messi a disposizione della Rai di questi 30 mld solo alla prima rete nazionale. Anche per i principali quotidiani che favoriranno la vittoria di Mario Monti c’è un bel piatto da divedersi Repubblica (10 Mld) - Corriere della Sera (8 Mld), La Stampa e Il Giornale (2,5 Mld ciascuno), una bella fetta è pronta anche per il giornale della Confindustria Il Sole24 Ore e per il Secolo XiX (1 Mld ciascuno).

Altri 25 Mld saranno investiti nella Agenzie di stampa che operano sul Web e tra queste quella che la farà da padrone sarà Mediaset con ben 15 Mld, (in totale ai gioielli di famiglia andranno 17,5 Mld), naturalmente con questo assegno staccato, Berlusconi è stato liquidato.

Tra i progetti la conclusione della Torino - Lione e la relativa concessione, la privatizzazione della Rai e la cessione al Club Bilderberg.

Il Club punta ad una maggioranza assoluta per Mario Monti e fare dell’Italia il primo Paese privilegiato del Club Bilderberg su cui dovrà investire l’alta finanza mondiale. Redazione Popolari Washington-13 agosto 2012

martedì 31 luglio 2012

SCRIVIAMO ALLA CORTE COSTITUZIONALE - FERMIAMO MONTI E IL SUO GOVERNO!!

Di Lorella Presotto.

Basta ! 
Al solito, si parte dall'idea di una patrimoniale sui redditi elevati, e poi si finirà per colpire pensionati, operai e classe media. 
I grandi redditi e patrimoni rimarranno esclusi. Ci diranno che non é facile individuarli e che hanno bisogno di reperire fondi con urgenza.
DOBBIAMO MUOVERCI ANCHE QUESTA VOLTA CHIAMANDO IN CAUSA LA SUPREMA CORTE COSTITUZIONALE!
MONTI NON SI PUO' PIU' ARROGARE IL DIRITTO DI CALPESTARE COSTITUZIONE E NORME DEL DIRITTO.

Facciamolo tutti, inviamo una mail alla Corte Suprema !!
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ACCEDETE AL SITO WWW.cortecostituzionale.it
Cliccate su : Rapporti con i cittadini
quindi cliccate su : scrivi alla Corte

compilate l'intestazione (nome - e mail )
Oggetto: RICHIESTA DI INTERVENTO DELLA SUPREMA CORTE COSTITUZIONALE

incollate nello spazio apposito il seguente testo:

Il sottoscritto......................, codice fiscale n............................., nella sua qualità di cittadino italiano, CHIEDE 
ALL’ILL.MA E SUPREMA CORTE COSTITUZIONALE 

INTERVENTO URGENTE , NEI CONFRONTI DELL'ATTUALE ORGANO DI GOVERNO, DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DEI MINISTRI , DEI MEMBRI DEL PARLAMENTO “DI IMMEDIATO AMMONIMENTO A RICONDURRE LA PROPRIA PRESTAZIONE DI SERVITORE DELO STATO E DEL POPOLO ITALIANO ENTRO LE REGOLE DI CONDOTTA E LIMITI STABILITI DAL DETTATO COSTITUZIONALE”;

CHIEDE ALLA S.V. ILL.ME
PRESIDENTE E MEMBRI DELLA SUPREMA CORTE COSTITUZIONALE 

DI PRENDERE IN CONSIDERAZIONE L’APERTURA URGENTE DI FASCICOLO A CARICO DEI SOGGETTI DI CUI SOPRA PER VILIPENDIO, ATTENTATO E TRADIMENTO DELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, DELLA SOVRANITA’ POPOLARE; DEI DIRITTI INDIVIDUALI DELL’UOMO RECEPITI E SANCITI DALLA CARTA COSTITUZIONALE ; DI DEPAUPERAMENTO DELLE RISORSE DI PROPRIETA’ DEL POPOLO A BENEFICIO DI SOGGETTI SPECULATORI TERZI.

CHIEDE ALLA S.V. ILL.ME
PRESIDENTE E MEMBRI DELLA SUPREMA CORTE COSTITUZIONALE

DI AGIRE NEL NOME E NEGLI INTERESSI DEL POPOLO ITALIANO PRENDENDO PROVVEDIMENTI DI NATURA ORDINARIA E STRAORDINARIA, IVI INCLUSO IL BLOCCO IL CONGELAMENTO DI TRATTATI INTERNAZIONALI E CON L’UNIONE EUROPEA , INFONDATI IN FATTO E DIRITTO, E CHE STANNO RIPONENDO IL PAESE NELLE MANI DI SPECULATORI SENZA SCRUPOLI.

Con fiducia e ossequi. ........................................
http://WWW.cortecostituzionale.it/
www.cortecostituzionale.it
http://WWW.cortecostituzionale.it/

domenica 22 luglio 2012

L'ALLARME DI STEFANO RODOTA'.

Pubblico questo articolo apparso su IMOLA OGGI lo scorso 23 giugno, riportante il parere di Stefano Rodotà in merito alle modifiche alla Costituzione apportate - a mio avviso in totale spregio alla sovranità popolare - da questo Parlamento ormai quasi del tutto nelle mani della BCE e dei suoi servi.
Leggete e riflettete.

 R.  V.

UNA FASE COSTITUENTE PIU’ DEMOCRATICA

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia.

In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.

Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes. L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali.

La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum. Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme costituzionali.

Privati della possibilità di usare il referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.

L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà, dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero norme così pericolose. È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche riguardanti l’età per il voto e per l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva. Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di Libertà e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni generali.

Può un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla Costituzione?

Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla riforma berlusconiana. A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del brevissimo periodo.

Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini. Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale dell’equilibrio tra i poteri.

Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi in discussione.