Uno spazio dove incontrarci fra persone che desiderano una realtà umana e sociale diversa dall'attuale, che si scambiano idee e informazioni per costruire un progetto socio-economico in cui prevalgano i diritti democratici del cittadino e la centralità della persona umana e non gli interessi delle élite politico-economiche o le scuole di pensiero ispirate alla prevaricazione dei pochi sui molti. Per contatti: perilfuturo@libero.it
Visualizzazione post con etichetta Libertà dei Popoli e Potere Sovranazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libertà dei Popoli e Potere Sovranazionale. Mostra tutti i post
Il 13 dicembre 2007 veniva sottoscritto il Trattato di Lisbona. La firma è avvenuta nel massimo silenzio, senza che nessuno dei popoli appartenenti agli Stati aderenti ne fosse informato del grande impatto che esso avrebbe avuto sulle loro vite.
Il Trattato di Lisbona entrava in vigore il 1 dicembre 2009.
Cos'è esattamente un Trattato ?
Il trattato è un negozio giuridico, ovvero l'incontro della volontà di due o più Stati, diretti a disciplinare rapporti intercorrenti tra essi. Nella prassi si possono usare anche altre denominazioni, es. patto, accordo o convenzione.
Il termine protocollo viene invece solitamente utilizzato per definire un atto col quale si stabiliscono norme integrative, o un regolamento, del trattato a cui si riferisce.
Il trattato costituisce in sostanza "un contratto di rilevanza internazionale". Esso è fonte del diritto internazionale. Nel testo del trattato gli Stati che vi aderiscono sono chiamati "parti contraenti".
Essendo fonti di secondo grado, i trattati sono subordinati alle norme consuetudinarie che ne disciplinano il processo di formazione (diritto dei Trattati).
La Convenzione di Vienna del 1969, entrata in vigore nel 1980, redatta dalla Commissione ONU per la codificazione del diritto internazionale, costituisce una sorta di codice per la formazione di trattati internazionali.
A questa si aggiungono le Convenzioni di Vienna del 1978 e 1986, quest'ultima non ancora entrata in vigore.
La Convenzione di Vienna afferma che le regole in essa contenute , essendo norme del diritto consuetudinario, hanno valenza per tutti gli Stati e per tutti i tipi di trattato, o meglio valgono per tutti gli Stati contraenti (coloro che accettano in assoluta libertà di aderire ad un Trattato, e non hanno effetto retroattivo. Ovvero le regole della Convenzione di Vienna si applicano solo ai Trattati stipulati dopo la data del 1980, anno di entrata in vigore della Convenzione.
La negoziazione avviene sulla base dell'art. 7. Il testo predisposto viene sottoscritto in forma non vincolante per gli Stati. Dispongono di pieni poteri di firma i Capi di Stato, i Capi di Governo e i soggetti con delega derl Ministero degli Esteri, i capi di missioni diplomatiche, i delegati di organizzazioni internazionali.
Sulla base dell'art. 9, l'adozione del testo ha luogo con il voto favorevole dei due terzi degli Stati presenti e votanti.
Il negoziato si chiude sulla base dell'art.10 con l'apposizione della firma sul testo votato.
Con la sottoscrizione del Trattato ogni Stato aderente si impegna sulla base dell'art.10 a promuovere il processo di ratifica.
La Costituzione italiana prevede all'art. 87 comma 8, che la ratifica sia predisposta dal Presidente della Repubblica.
Quanto sopra descritto è quindi la forma e il modo attraverso il quale sono stati sottoscritti tutti i Trattati internazionali che hanno impegnato l'Italia, inclusi tutti i Trattati dell'Unione Europea.
La Costituzione della Repubblica italiana prevede che l'esercizio della sovranità popolare sia esercitata attraverso "forme e limiti stabiliti dalla stessa Costituzione (art. 1 comma 2), che l'Italia si adegui alle norme di diritto internazionale (art. 10) e che dall'esercizio dell'azione diretta della sovranità popolare (referendum) siano esclusi i trattati internazionali (art. 75 comma 2).
Sulla base di questi elementi è chiaro che tutti i Trattati sono stati legalmente sottoscritti dai rappresentanti italiani.
Qualche dubbio si solleva sul versante della "legittimità". Se pur vero che la costituzione prevede una conformazioni alle leggi del diritto internazionale, è altrettanto vero che tale conformazione dovrebbe avvenire per la salvaguardia della pace; posto il fatto che la nostra Costituzione ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.
Proprio su questo concetto si é elevata la protesta dei giuristi, i quali rimproverano alla classe politica di aver mancato di etica per non aver sottoposto preventivamente alla volontà popolare tali trattati, essendo il popolo soggetto originario di sovranità, è poichè tali Trattati non erano indirizzati a stabilire la pace, ma erano invece tesi a modificare un sistema socio-economico.
In sostanza, la classe politica ha utilizzato la legalità della norma costittuzionale per sottrarre al popolo la legittimità dell'atto.
Il trattato internazionale, e quindi il Trattato di Lisbona, come un qualsiasi altro contratto, non é rinegoziabile, ma è fatto obbligo dal diritto internazionale di prevedere una clausola di risoluzione.
Nello specifico, il Trattato di Lisbona prevede all'art. 50 la risoluzione da parte di qualsiasi delle parti contraenti (gli Stati) senza necessità di comunicarne la motivazione specifica e conformemente alle loro norme costituzionali.
In altre parole tale scelta è possibile nel caso in cui una maggioranza parlamentare voglia recedere dal Trattato di Lisbona.
Si tratta di una mera scelta politica, da attuarsi con strumenti giuridici scritti nel diritto internazionale, nello stesso Trattato e dal nostro stesso ordinamento giuridico.
Una delle questioni che ha tenuto molto occupati stampa, media, politica e società civile in questi ultimi mesi é stata soprattutto la questione riguardante l'art. 18.
Un bombardamento di notizie e contro notizie, di dichiarazioni e smentite.
Non appare però un caso che questi mesi precedano la firma del trattato per il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM o MES), un tritacarne terribile in cui finiranno tutte le popolazioni dei paesi aderenti. Non sembra essere neppure un caso che in questi mesi sia avvenuta l'unificazione della forza pubblica di ogni paese in un'unico organismo europeo. Polizia europea che seguirà direttive imposte direttamente dall'Europa sull'onda di quanto stabilito dal Trattato di Lisbona. (Andando a leggere gli articoli in materia di ordine pubblico c'è da farsi accapponare la pelle: autorizzazione a sparare sulla folla dei manifestanti!).
Da una rapida lettura di stampa estera si può immediatamente prendere atto che sull'ESM é in corso un programma informativo e una discussione tra le forze politiche e i cittadini. In Italia media, stampa e soprattutto i politici tacciono assolutamente.
Da qui la deduzione é logica: hanno messo in atto ancora una volta una strategia di distrazione. Ci hanno tenuti impegnati a lungo sulla questione dell'art. 18, che per prima definisco importante, ma che di fronte al Meccanismo di Stabilità Europeo rappresenta una pulce.
Se questo Trattato verrà sottoscritto dal Presidente della Repubblica e dal Primo Ministro, potremo dire addio per sempre alla nostra libertà, ai nostri diritti di persone, e saremo semplicemente dei meri numeri che per fattore moltiplicativo dovranno produrre delle somme che "obbligatoriamente" dovremo versare nel calderone europeo. Nulla ci sarà dato sapere. I soldi saranno amministrati da soggetti sconosciuti, che noi non eleggeremo. Qualsiasi disastro economico non avrà responsabilità, e se non pagheremo il paese sarà messo sotto una "specie di legge marziale".
Sarà un incubo senza fine, senza ritorno.
In questi mesi tante persone di buona volontà, informate, che avevano ben compreso la pericolosità di questo trattato, hanno condiviso in rete la sottoscrizione di petizioni.
A nulla é valso, e non per la buona volontà di chi si é adoperato a raccogliere le firme, ma perchè lo strumento della petizione, che é una sorta di sollecitazione, funziona solo in un paese degno di attribuirsi democratico.
Le nostre istituzioni sono ormai occupate da tempo dai sicari della lobby finanziaria mondiale. Chi ancora non vuole vedere quello che é accaduto sarà fatalmente travolto dalla realtà dei prossimi mesi, e purtroppo lo saranno anche coloro che tanto si sono adoperati per convincere i propri concittadini ad aprire gli occhi una volta per tutte.
Se il Trattato sarà firmato a luglio, così come é nelle intenzioni della classe politica italiana, dal primo di settembre entreremo in una spirale maligna dalla quale ne usciremo schiacciati come individui e come paese.
Mi unisco al coro di altri , che come me , da mesi , cercano di risvegliare la coscienza nazionale, e per citare alcuni nomi Paolo Barnard, Lidia Undiemi: italiani so che avete mille cose a cui pensare; so che vivere il quotidiano diventa sempre più faticoso; so che ci sono i conti da fare per arrivare a fine mese, ma se questo trattato verrà sottoscritto, i problemi appena accennati saranno al confronto delle bazzeccole.
Qualcuno che contesta apertamente e con forza questo governo e il suo massimo rappresentante in Italia c'è, anche se i media più importanti cercano di far passare la cosa in quasi assoluto silenzio.
Vi riporto di seguito un articolo dell'economista Gennaro Zezza, pubblicato da Claudio Messora sul suo blog il 14 giugno 2012
LA SVENDITA PROGRAMMATA DELLE SOVRANITA' NAZIONALI
GENNARO ZEZZA: Come il neoliberismo ha prodotto una crisi prevista decenni fa
IL MODELLO NEOLIBERISTA
Ora, a mio avviso, alle origini della crisi che viviamo oggi, c'è una crisi di un modello specifico di capitalismo che, per semplicità, possiamo chiamare "neoliberismo", che si è presentato non come - ovviamente - una dottrina, perché arricchisce alcuni a danno degli altri, ma come un insieme di teorie economiche che suggerivano una strada per un benessere diffuso. E in particolare, a partire dagli anni '80, prima con la Thatcher e poi con Reagan, è iniziato a passare un messaggio che andava nella direzione opposta del messaggio precedente, diciamo, che ha visto nei decenni precedenti crescere quello che chiamavano il welfare state, cioè i sistemi pensionistici e sanitari pubblici diffusi e che ha visto crescere il benessere, perlomeno nella parte occidentale del mondo. C'è stata una reazione a tutto questo, che ha avuto un consenso elettorale, basata sull'idea che si riducono le tasse che sono troppo alte, poi si libereranno più risorse per gli investimenti: gl imprenditori potranno creare nuove imprese, creare occupazione e tutti ne avranno dei benefici. Parallelamente, dopo la crisi degli anni '30, erano state imposte una serie di regole molto stringenti sul sistema bancario, che evitavano le speculazioni, e si sono convinti, i politici come l'elettorato, del fatto che eliminando tutti questi vincoli, le banche avrebbero funzionato meglio, avrebbero distribuito meglio le risorse dei piccoli risparmiatori alle imprese più promettenti e avremmo avuto più benessere. E infine che nel settore pubblico, di fatto gestito a fini elettorali, a fini privati, c'è la corruzione, e quindi c'è uno spreco di risorse quando è il settore pubblico a gestire l'economia, mentre se privatizziamo la logica del profitto motiva di più l'organizzazione e anche qui avremmo avuto un forte aumento di benessere. E questo è quello che poi è accaduto, cioè queste sono state le politiche messe in piedi dai governi prima inglese e poi americano, e poi, in modo più o meno diverso, anche nei paesi europei.
Le conseguenze oggi le conosciamo, ed erano ipotizzabili anche da prima. E in particolare la redistribuzione del reddito, sì, ha fatto crescere gli investimenti - abbiamo avuto quella cosiddetta new economy che ha fatto esplodere le aziende legate a internet e così via - ma questa crescita degli investimenti è stata effimera. Sicuramente non ha creato un aumento dell'occupazione e del benessere generalizzato, ma ha concentrato l'aumento del benessere in un piccolo gruppo sociale. L'eliminazione dei controlli sulle banche, invece di portare a una migliore distribuzione del rischio, ha consentito alle banche di adottare dei nuovi modelli di comportamento in cui riuscivano a scaricarsi del rischio di un prestito su soggetti terzi, con comportamenti che erano al limite della frode, quando non erano delle vere e proprie frodi. E quindi ha portato a instabilità finanziaria. E infine la privatizzazione della gestione dei beni pubblici è un qualcosa di discutibile: su questo non so se ci sono degli studi definitivi, che mostrano che il successo che si auspicavano i neoliberisti ci sia stato oppure no, ma mi sembra di vedere che i paesi che per primi hanno adottato queste politiche, per primi hanno iniziato a vedere che gli effetti non erano quelli desiderati.
ALLE ORIGINI DELLA CRISI
Questo sistema neoliberista, che ha avuto e che ha tuttora un forte sostegno politico, è a mio avviso alle origini della crisi. E la crisi è partita, già alla fine degli anni '90, con un aumento progressivo dell'indebitamento delle famiglie americane. Allora perché si indebitavano, le famiglie americane? Per una serie di motivi. Il primo è che, di fatto, il salario medio, il salario di una famiglia media, è rimasto praticamente stabile per un lungo periodo di tempo, mentre il reddito di una piccola parte della popolazione invece aumentava. E quindi aumentavano le disparità di reddito, che sono piuttosto visibili, perché se guardiamo un qualsiasi telefilm americano noi abbiamo un certo modello di vita, che diventa tutto sommato il riferimento al quale ci contrapponiamo. Di conseguenza, la famiglia media cerca di emulare uno stile di vita che gli viene trasmesso, ma ha uno stipendio che in termini reali non aumenta, e quindi non consente questa cosa. Parallelamente sono aumentati una serie di costi, in particolare negli Stati Uniti il costo della sanità e il costo dell'istruzione, che sono costi per beni tutto sommato essenziali, che crescevano, anche questi, più rapidamente, della possibilità data dal reddito. E contemporaneamente la deregolamentazione delle banche ha esteso l'accesso al credito. Quindi c'è chi dice che ci si è indebitati di più perché le banche adesso concedevano con più facilità i prestiti, c'è anche chi dice: no, ma in realtà, siccome le banche avevano poco rischio nel fare prestiti, sono le banche che hanno convinto i risparmiatori a indebitarsi. Quale che sia la verità, probabilmente un misto di entrambe le cose, la conseguenza è un aumento dei debiti privati. In più ci sono stati degli squilibri particolari, squilibri commerciali dove la Cina, per crescere, ha scelto una strategia di bassi costi e di difesa di questi bassi costi tramite il cambio. Su questi effetti possiamo tornare: sono sicuramente presenti ma non sono centrali in quello che voglio raccontare.
La crisi del debito americano si è tradotta proprio in un accumulo dei crediti che le banche americane prima e poi le banche europee avevano nei confronti in particolare delle famiglie che compravano casa e a un certo punto questa bolla è esplosa, quindi le banche hanno scoperto che questi che per loro erano dei crediti, degli attivi, erano inesigibili. Hanno iniziato a fallire, e questo ovviamente comporta un crollo dei redditi, un crollo della ricchezza che si è trasmesso anche all'Europa. Le banche europee avevano acquistato a man bassa tutti questi cosiddetti titoli spazzatura dagli Stati Uniti e anche loro sono andate in sofferenza, e hanno chiesto un intervento pubblico. Quindi qui c'è stata una sospensione dell'ideologia del neoliberismo che dice che lo Stato è cattivo e che non dovrebbe intervenire nell'economia, e invece si è chiesto un intervento di salvataggio ai governi, per i sistemi bancari. E ovviamente se un Governo trasferisce risorse, liquidità alle banche, avrà un deficit, a meno che non decida di aumentare le tasse per raccogliere il denaro dei cittadini. Quindi il deficit pubblico è stato generato di fatto da questa crisi. In aggiunta, quando un paese va in crisi, i redditi iniziano a scendere e automaticamente i cittadini pagano meno tasse, perché hanno guadagnato di meno, e anche questo contribuisce ad aumentare il deficit pubblico. Tutto questo è normale purché non si chieda immediatamente di sanare questo deficit, perché come si sana un deficit? O aumentando ancora le tasse per quei cittadini che già hanno un reddito più basso, o tagliando i servizi e quindi riducendo ulteriormente il benessere dei cittadini.
A questo punto i mercati finanziari si sono resi conto che c'erano delle opportunità di guadagno dalla crisi europea, per i motivi che vedremo tra pochi minuti, e hanno iniziato un attacco contro i cosiddetti debiti sovrani, cioè i debiti dei governi, che ha fatto aumentare il tasso di interesse, e quindi il costo che i governi devono pagare per ottenere liquidità, aumentando ulteriormente il deficit. E siamo arrivati ad oggi, cioè all'imperativo di ridurre questi deficit con politiche di austerità che, per quello che dicevo prima, causano ulteriore recessione, ulteriore diminuzione dei redditi e quindi un ulteriore aumento dei deficit pubblici. Quindi cioè un cane che si morde la coda.
IL SISTEMA MONETARIO
Vediamo di capire anche un po' più nel dettaglio gli aspetti monetari e della gestione dell'euro che ci interessano un po' più da vicino perché uno dei punti centrali su cui oggi dobbiamo ragionare è se quest'euro, e gli accordi che hanno portato all'euro, sono accordi che possono sopravvivere a questa crisi o come dovranno evolvere. Molto rapidamente, ho immaginato che qui il pubblico non sia un pubblico di economisti e che quindi uno debba spiegare almeno gli aspetti fondamentali. Fino al '71 c'era un sistema dei pagamenti basato sull'oro. C'era una convertibilità del dollaro con l'oro e una convertibilità delle altre valute, compresa la lira, con il dollaro, per cui la moneta - le banconote che tutti usiamo - erano basate sulla fiducia che un qualcuno, la Banca Centrale Americana, poteva convertirle nell'oro, con qualcosa che chiunque accetta come pagamento anche per conservare il potere di acquisto nel tempo. Ma dal '71, per una serie di motivi che potremmo discutere ma che non ci interessano adesso, gli Stati Uniti sospesero questa convertibilità, ed è iniziato un periodo in cui la moneta è una moneta fiduciaria. Nel senso che per legge dobbiamo usarla per effettuare pagamenti, per legge il tabaccaio deve accettarla se compra le sigarette, ma nulla ci garantisce che possa essere convertita in un qualcosa di prezioso, se non appunto una legge imposta da un Governo. Di conseguenza il valore di una moneta rispetto a un'altra è diventato qualcosa anche che dipendeva dalla fiducia che le persone hanno in quella particolare valuta piuttosto che un'altra.
In questa situazione il tasso di cambio, cioè il prezzo che devo pagare per comprare un'altra valuta, viene determinato automaticamente dalla domanda e dall'offerta di questa valuta, che a sua volta dipende dagli scambi di un paese con l'estero, sia per quanto riguarda le merci, sia per quanto riguarda i titoli. E in una situazione del genere, se un paese è in difficoltà e compra troppo, oppure ha una fuga di capitali, automaticamente la sua moneta si svaluta e quindi le sue merci diventano più convenienti per gli stranieri, gli stranieri le compreranno di più, e tutto torna automaticamente in una situazione sostenibile. E quindi la svalutazione, che forse avete sentito nominare come uno dei peggiori mali possibili, è un'ottima cosa in realtà, perché in un sistema in cui i cambi vengono determinati in questo modo, corregge gli squilibri. Ha due effetti negativi, che oggi vengono molto enfatizzati. Il primo è che la svalutazione rende più caro quello che compriamo all'estero, e quindi può aumentare i prezzi interni. Questo è sicuramente vero, ma quello che abbiamo visto negli ultimi vent'anni è che una svalutazione ha in realtà un qualche effetto sui prezzi, ma è un effetto molto contenuto. Forse è più importante il fatto che se io svaluto, e quindi rendo le mie merci più convenienti, i paesi contro cui svaluto si arrabbiano, perché le loro merci diventano più care, quindi ne vendono di meno, e quindi è considerata una politica aggressiva. E per questo motivo non è, diciamo, sempre auspicabile che venga usata illimitatamente.
In Europa questa flessibilità dei cambi non durò molto. Ci furono una serie di accordi, il "serpente monetario" e così via, ma che comunque consentivano queste fluttuazioni e quindi questi riequilibri. L'Italia ha aderito a questi accordi però ha usato regolarmente la svalutazione per risolvere dei suoi problemi che erano quelli di un'inflazione interna troppo alta rispetto ad altri paesi, fino a che non abbiamo deciso di adottare l'euro, di entrare in questi accordi di cambio. E già prima di decidere, fare questa scelta che ci toglieva la possibilità di usare il cambio per affrontare i problemi economici, abbiamo fatto un'altra scelta importante. E cioè: c'è un qualche legame tra la quantità di moneta che mettiamo in circolazione e il cambio di questa moneta con le altre. Potremnmo dire in linea generale che se stampiamo troppa moneta, il tasso di cambio di questa moneta con le altre dovrebbe deprezzarsi. Fino all'81 la quantità di moneta che veniva creata in Italia, la quantità di lire, era decisa dalla Banca Centrale ma tutto sommato in accordo con i governi. Quindi potremmo dire che c'era, tra virgolette, sulla politica monetaria, sulle decisioni della Banca Centrale. Nell'81 si decise che questa cosa non era buona. Qualche settimana fa a Roma sentivo Vincenzo Scotti, un ex sottosegretario o forse anche ministro democristiano, che diceva: si decise questo divorzio tra Banca Centrale e Tesoro per togliere il barattolo della marmellata dalle mani dei politici perché, appunto, se un politico vuole spendere a fini elettorali, o quello che sia, e la Banca Centrale gli stampa le banconote per coprire queste spese, il politico lo può fare e, nelle parole di Scotti, questa era la situazione che si era creata. E già lì si decise quindi che la gestione della politica monetaria doveva essere tolta dal controllo democratico del Governo e affidata a dei tecnici, quelli della Banca d'Italia.
L'INTEGRAZIONE EUROPEA
Tutto sommato, l'ingresso nell'Euro ha seguito la stessa logica. C'erano ottimi motivi per voler integrare l'Europa dal punto di vista finanziario e anche politico. E all'epoca spero ricorderete che il vero motivo per fare la zona dell'Euro era un motivo politico. La cosa più semplice da fare era un'unica valuta, ma quello non era l'obiettivo vero che avevamo: l'obiettivo vero era diventare tutti europei e così via. Però tutti i passi per arrivare all'obiettivo vero non sono stati fatti. L'unico passo che è stato fatto è stato quello di creare questa moneta unica, ma crearla con un sistema di regole molto specifico. In particolare si decise che la Banca Centrale Europea doveva solo tener conto dei prezzi e non anche di altre cose, come ad esempio la disoccupazione. Negli Stati Uniti la Banca Centrale nei suoi obiettivi di statuto ha sia il controllo dei prezzi sia la lotta alla disoccupazione. Quindi quando l'economia entra in crisi, la Banca Centrale americana ha il mandato di occuparsi del problema e risolverlo, mentre la Banca Centrale Europea non ha questo mandato. In più la Banca Centrale Europea sì, ha una serie di meccanismi di controllo da parte dei paesi membri, ma non è una istituzione rappresentativa nominata tramite il voto dei cittadini.
Si sapeva già, all'epoca, che questo sistema avrebbe creato dei problemi, perché i vari paesi europei non erano pronti ad avere una unificazione monetaria e i sistemi che sono stati messi in piedi per ovviare a questi problemi erano troppo deboli (il cosiddetto sistema dei fondi strutturali che dava le liquidità ai paesi, alle regioni più povere). I motivi della crisi erano già chiari nel 1992. Il docente che mi ha formato, Wynne Godley, scrisse "Dobbiamo enfatizzare già dall'inizio che stabilire una singola valuta in Europa porterà alla fine della sovranità delle nazioni che ne fanno parte e al loro potere di avere azione indipendente sui problemi principali, perché il potere di emettere la propria moneta, e quindi di scrivere assegni sulla propria banca centrale, è l'aspetto fondamentale che definisce l'indipendenza nazionale. Se un Paese abbandona o perde questo potere, acquisisce lo stato di una autorità locale o di una colonia. Le autorità locali o le regioni non possono svalutare ma perdono anche il potere di finanziare il loro deficit creando moneta, o tramite altri meccanismi finanziari, e non possono influenzare i tassi di interesse. E siccome le autorità locali non hanno nessuno degli strumenti per una politica macroeconomica, la loro scelta sarà limitata a argomenti di minore importanza, a 'un po' più di scuole lì, un po' meno infrastrutture qui.". Che è esattamente la situazione in cui ci troviamo oggi. Come vedete era chiaro nelle regole di formazione dell'euro, già agli inizi degli anni '90.
Quali sono i problemi dell'euro, quindi? I problemi dell'euro sono dati dal fatto che se il tasso dei cambi è fisso, non si può usare per eliminare gli squilibri, come vi ho detto prima. E quindi se una regione sta vendendo più di quanto compra accumula crediti, ma se fa questo c'è una qualche altra regione che sta accumulando dei debiti. Ora, se le regioni sono interne a un paese - pensiamo al mezzogiorno e al centro-nord dell'Italia - e però c'è un sistema fiscale che vale per l'intero paese, automaticamente la regione che cresce di più paga più tasse, la regione che cresce di meno riceve più sussidi, e quindi in qualche modo questo meccanismo viene non dico eliminato, ma perlomeno temperato. Se c'è anche una politica industriale, come c'è stata in Italia fino agli anni '70, che fa investimenti nella regione svantaggiata e le consente di diventare più autonoma e sostenibile, lo squilibrio può essere annullato definitivamente. Ma se manca questo meccanismo, e in Europa questo meccanismo manca, l'accumulazione di crediti da parte di una regione, in questo caso della Germania e degli altri Paesi vicini alla Germania, implica inevitabilmente il debito degli altri, e quindi una crisi. E la Germania ha proprio adottato questa strategia di basarsi - la cosiddetta strategia neomercantilista - sulle proprie vendite all'estero, proprio con i Paesi più deboli dell'area europea, che non avendo più lo strumento della svalutazione, non avevano modo di contrastare questa cosa, se non comprimendo i salari. Cosa che ovviamente non era nelle nostre intenzioni, perché noi siamo entrati nell'euro per aumentare il nostro benessere, non per ridurre i salari dei lavoratori.
E poi ci sono stati quei meccanismi di cui ho detto prima, cioè una crisi finanziaria, un aumento dei deficit e così via, e se andiamo a guardare i dati ci accorgiamo che i debiti pubblici e i deficit non erano alti né prima di entrare nell'euro né prima della crisi del 2007. Quindi i deficit pubblici non sono per nulla la causa della nostra crisi. La conseguenza è che non sono quelli a cui dobbiamo guardare per risolvere la crisi. In più, il debito pubblico, come qualunque debito, è sempre un credito di qualcun altro. Quindi quando ci vengono a dire "ogni cittadino che nasce ha tot-mila euro di debito", trascurano di dirci che qualcun altro avrà tot-mila euro di crediti. Se è il papà di questo bambino ad avere i crediti, tutto sommato è una storia interna alla famiglia. Cioè è il papà che ha deciso di costruire scuole e ospedali per suo figlio, e suo figlio, quando crescerà, guadagnerà di più, avrà un reddito più alto e ripagherà le spese che sono state fatte nel passato. Quindi il problema del debito pubblico è un problema di distribuzione, di come noi vogliamo decidere quanto dei servizi che forniamo ai cittadini facciamo pagare oggi, e quanto facciamo pagare nel futuro. E la logica vorrebbe che quando il benessere aumenta, il cittadino ha più possibilità di pagare i servizi pubblici, mentre quando c'è una crisi ha meno possibilità, e quello non è il momento in cui chiedere un rimborso di questi costi. In più il problema del debito pubblico, cioè di come pagare questi servizi, può essere anche risolto tramite la stampa di moneta, cioè l'intervento della Banca Centrale. Ma la Banca Centrale Europea non può farlo per statuto, per la logica neoliberista. Cioè: "Il governo è cattivo. Se gli diamo la possibilità di creare moneta a dismisura, lo farà per motivi che non hanno a che fare col benessere, quindi dobbiamo vietarglielo".
C'è una componente che dice: "Ma se stampiamo troppa moneta poi ci sarà inflazione". Questo è vero in parte, ma solo quando nel sistema economico si sta già creando tutto quello che si può creare. Come dicono gli economisti, quando tutte le risorse produttive sono utilizzate. In quella situazione, se stampiamo più moneta, la moneta rincorre dei beni che non possono aumentare, e quindi i prezzi aumentano. Ma quando c'è disoccupazione, quando le imprese stanno producendo molto meno di quello che potrebbero, se stampiamo più moneta e quindi creiamo anche artificialmente più domanda, questo mette in moto maggiore produzione, maggiore creazione di reddito, e non c'è alcun motivo perché questa cosa debba tramutarsi in una crescita dei prezzi. Quindi il fatto che più moneta è uguale a più inflazione è vero solo in certe situazioni che sicuramente non si hanno quando un paese è in crisi.
AUSTERITA'
Dobbiamo invece chiederci, come già suggerivo, che effetti abbiamo quando introduciamo l'austerità. Sono pazzi questi tedeschi che dicono che dobbiamo fare l'austerità per risolvere il problema? Non necessariamente, perché il modello teorico neoliberista dice appunto che il Governo, quando spende, danneggia l'economia, perché sottrae risorse agli imprenditori, quindi se il Governo spende mille euro, sono mille euro di investimenti privati che non vengono fatti, e in più c'è un'altra serie di disincentivi per cui - dicono loro - se il Governo spende fa un danno. Quindi se spende di meno fa il bene del Paese. Come diciamo noi, c'è un moltiplicatore negativo della spesa pubblica. E quindi dovremmo vedere che, con l'austerità, le imprese iniziano ad investire molto di più. Quello che stiamo vedendo oggi, in Grecia, in Italia, in Spagna, in Portogallo è proprio il contrario: cioè quello che Keynes e le teorie keynesiane hanno sempre sostenuto: la spesa pubblica ha un effetto positivo, e anche forte, sull'economia di un Paese. Quindi quando introduciamo l'austerità si ha un crollo dei redditi e anche un crollo delle aspettative di profitto, quindi anche un crollo degli investimenti e così via. Quindi dire austerità e crescita è dire due cose che sono l'una l'opposto dell'altra: non si può avere austerità e crescita. Ed è anche interessante capire l'austerità come viene fatta, perché se l'austerità viene fatta tagliando i salari, tagliando le pensioni, gli effetti sulla distribuzione del reddito sono di un particolare tipo, mentre se l'austerità viene fatta salvaguardando i tassi di interesse che i governi pagano sui loro debiti, cioè il famoso spread, se lo spread è deciso dai mercati stiamo dicendo che noi vogliamo salvaguardare gli interessi dei creditori, cioè delle banche che hanno il credito, che è un debito del Governo.
MODERN MONEY THEORY
In tutto questo, una delle teorie di cui si sta discutendo un po' in Italia è la cosiddetta Mondern Money Theor, su cui andrò molto rapidamente perché a mio avviso è una proposta che è stata completamente stravolta e che è partita da studiosi, miei colleghi, del Levy Institute negli Stati Uniti. Fondamentalmente la Modern Money Theory che cosa dice? Ci dice quello che vi ho appena spiegato finora, e cioè che se un sistema economico è in crisi, è compito del Governo intervenire con una spesa aggiuntiva e, se non ci sono risorse liquide per farlo, è un bene che la Banca Centrale stampi nuova moneta per finanziare queste spese. Quindi l'idea è che il Governo dovrebbe avere a cuore la piena occupazione. Se le imprese non creano posti di lavoro e i disoccupati aumentano, compito del Governo dovrebbe essere creare i posti di lavoro mancanti, con una serie di meccanismi che garantiscono che questi posti di lavoro non danneggiano le prospettive delle imprese private di creare altri posti di lavoro, quindi che il Governo non entri in concorrenza con le imprese nella produzione. Quindi il Governo non dovrebbe creare una fabbrica di pomodori pelato o una fattoria, ma dovrebbe ma dovrebbe creare posti di lavoro nei cosiddetti beni pubblici, quindi nella Sanità, nella Tutela del Territorio e in una serie di altre cose di questo genere. Quindi la Modern Money Theory sostanzialmente dice: compito del Governo in una crisi è creare occupazione, compito della Banca Centrale è finanziare questa spesa pubblica aggiuntiva, se non ci sono le risorse per farlo.
Il problema è che la Modern Money Theory ha una serie di implicazioni che sono molto provocatorie e piacciono molto a una serie di persone. Per esempio, l'implicazione che se noi possiamo finanziare tutto stampando moneta, ma allora perché abbiamo le tasse? Intanto la Modern Money Theory dice anche: sì, ma le tasse ci sono perché se la moneta non serve a pagare le tasse, perché mai i cittadini dovrebbero avere dei pezzi di carta con su scritto 10 euro o 1000 lire, che sono appunto dei pezzi di carta? Quindi il pezzo di carta ha una legittimità solo legale, la legittimità legale viene dal fatto che il Governo vuole essere pagato con quei pezzi di carta, se crolla questo crolla tutto. Inoltre il cittadino che paga le tasse vuole un qualche riferimento sul servizio che lui ottiene con le tasse che lui paga. Quindi se noi abolissimo le tasse e pagassimo tutti i servizi stampando moneta - e questo crea una serie di meccanismi di inflazione un po' complessi - si potrebbe fare, ma sicuramente avremmo un problema fenomenale perché cadrebbe qualunque legame tra il fatto che io pago il biglietto dell'autobus per usare l'autobus, cioè il legame tra contributo che si deve dare e servizio che si ottiene. E in secondo luogo, la cosa più importante, cadrebbe la possibilità per il Governo di redistribuire reddito. La nostra Costituzione dice che dovremmo usare un sistema non proporzionale ma progressivo, cioè che chi ha un reddito più alto dovrebbe contribuire più che proporzionalmente al finanziamento dei servizi pubblici e così via. Quindi su questa Modern Money theory oggi c'è una discussione un po' confusa perché - che ne so - qualcuno dice "Ah, l'evasione non è un problema perché in realtà il vero problema è che non possiamo stampare le banconote". No, in realtà l'evasione è un problema perché, di nuovo, fallisce l'obiettivo di redistribuzione, di riallocazione del costo dei servizi in modo equo tra i cittadini. Altri possono dire "Stampiamo moneta perché le pensioni sono basse, e invece se stampiamo moneta possiamo darne di più ai pensionati". Questo non ha nulla a che fare con la Modern Money Theory, ed è un po' complicato capire se questo meccanismo funzionerebbe, sarebbe efficace oppure no. Quello che invece sarebbe utile e fondamentale non è stampare banconote e regalarle in giro, ma creare posti di lavoro.
LA CRISI E' SOLO UN PROBLEMA POLITICO
Sicuramente è vero che noi non possiamo fare questo oggi con l'attuale assetto istituzionale, e sicuramente è vero che dobbiamo ripristinare la sovranità monetaria, cioè un controllo democratico sulla politica monetaria. Il problema è che si sta cercando di capire se si può fare a livello europeo, quindi mantenendo l'euro, o se dobbiamo decidere che l'euro è fallito e dobbiamo tornare alle valute nazionali. Se pensiamo che questa cosa si possa fare con l'euro, dobbiamo correggere le istituzioni europee nel modo che ho detto prima, che già era chiaro all'inizio di tutta la storia. In particolare dobbiamo introdurre una serie di sistemi che automaticamente redistribuiscano il reddito dalle regioni più ricche d'Europa alle regioni meno ricche, e che prevedano degli interventi di politica industriale cospicui, e non quelli che ci sono già oggi, per consentire alle regioni in difficoltà di crescere e diventare di nuovo autonome. Tutte queste cose si potrebbero fare molto rapidamente, e il fatto che i governi attuali non le abbiano fatte né dicano di volerle fare, inizia a far pensare che forse non c'è la volontà politica di farle, e quindi tutta la crisi non è un problema economico, ma è un problema politico. E se i cittadini... per esempio so che i cittadini greci, da un sondaggio, vorrebbero tutti restare nell'euro, anche se l'assetto attuale dell'euro li sta massacrando: quindi c'è un problema politico e c'è un problema di democrazia, cioè si è perso il collegamento tra la volontà dei cittadini e quello che viene fatto. Se è impossibile rimanere nell'euro si può sempre uscire e tornare a una propria valuta. Ora, questa cosa è più o meno possibile, più o meno costosa, in base a tutta una serie di aspetti che riguardano i diversi paesi. Per esempio è sicuramente una follia per un Paese uscire dall'euro se tutti i suoi debiti sono denominati in euro e il Paese non ha la capacità, la sovranità sui contratti per portarli in una nuova valuta. Quindi se noi uscissimo dall'euro, e voi avete un mutuo in euro fatto con una banca tedesca, che dovete pagare in euro, e a voi iniziano a pagarvi in lire, e la lira si svaluta del 20% sull'euro, il vostro mutuo con la banca tedesca diventa più caro del 20%. E quindi questo è molto costoso. Ma se abbiamo la sovranità per dire che il vostro mutuo in euro viene convertito in lire a un tasso di cambio predefinito, e quindi da oggi in poi pagherete in lire, che la lire si svaluti rispetto all'euro a voi non interessa più, perché voi comunque pagherete in lire i vostri obblighi contrattuali. Quindi, per esempio la Grecia ha una grossa parte del debito denominata sotto la giurisdizione greca, che può convertire in una nuova valuta, e quindi a mio avviso da questo punto di vista ha la strada spianata per uscire dall'euro, se volesse, mentre per paesi come l'Irlanda, che hanno il debito tutto denominato in contratti di diritto anglosassone, che non potrebbero riconvertire a meno di contenziosi notevoli a livello internazionale, e quindi uscire dall'euro per l'Irlanda è un problema.
Sicuramente, risolti questi problemi, avremmo una svalutazione, e la svalutazione non è una cosa pazzesca, come dicono alcuni: porterebbe a un po' di inflazione, ma un'inflazione limitata e sicuramente, però, non ci si fermerebbe qui. Sarebbe necessario, se non indispensabile, reintrodurre delle limitazioni ai movimenti di capitale, quindi chiudere con la logica neoliberista, che è quella che ha dominato gli ultimi decenni.
LA REDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA
Due parole finali sul debito pubblico italiano, perché qui c'è un aspetto - che già un pochino ho collegato - e che è legato all'evasione. Secondo me, uno dei problemi dell'evasione in Italia... Almeno, l'evasione in Italia è nata per cose che sappiamo tutti: c'è un piccolo nucleo di società o di individui che possono evadere molto del loro reddito e lo possono fare da tanti anni. Quindi questo ha creato un calo nel gettito che il Governo ha per pagare i propri servizi, e ha costretto i governi ad aumentare le aliquote. Ma quando io aumento le aliquote dò anche un incentivo a evadere appena possibile, e quindi si è arrivati in una situazione di stallo in cui pochi che non possono evadere pagano cifre insostenibili, e tutti quelli che possono in qualche modo evadere evadono. E questo distorce completamente la situazione e contribuisce alla logica del neoliberismo, cioè il Governo è un qualcosa che ci è nemico, cerca di toglierci delle risorse, se invece il Governo sparisse io riuscirei a vivere molto bene senza dover pagare questi odiosi balzelli. Però non si pensa al fatto che nessuno poi asfalterebbe la strada o pagherebbe l'insegnante della scuola di mio figlio. Di fatto, quelle che mi sembrano soluzioni ragionevoli o almeno condivisibili, stanno iniziando ad emergere. Ci trovo molti punti di contatto con cose che ho sentito dal movimento umanista, anche se sono di solito i partiti considerati di sinistra. Per esempio, Syriza, il partito molto quotato in Grecia come potenziale vincitore del prossimo turno elettorale, ha un programma che è confuso su alcune cose che adesso dirò, ma fondamentalmente sostiene: "Qua abbiamo un problema di distribuzione: i più ricchi per troppi anni non hanno pagato, e adesso dovrebbero pagare il conto. E da loro dobbiamo prendere una serie di risorse per rifinanziare tutte quelle categorie dei danni dai tagli dello stato sociale, e così via". Anche loro hanno chiaro che c'è un problema di finanziamento, e qua c'è la confusione perché loro dicono: "Dobbiamo esigere dall'Unione Europea un cambiamento nel ruolo della Banca Centrale perché stampi gli euro". Però, come dire, in che modo esigere? Perché se loro avessero voluto far questo lo avrebbero potuto fare già quattro, cinque anni fa. Bastava far incontrare il premier spagnolo, quello greco, quello italiano e quello portoghese e dire: "Cari amici, facciamo fronte comune contro la Germania e la Francia. Cambiamo le regole del funzionamento della Banca Centrale. Se ci dicono di no, e allora noi facciamo una bella bancarotta. Tutti i nostri debiti sono debiti delle banche centrali francesi: le facciamo fallire e poi sono fatti loro". Se non si è fatto questo, che probabilmente era una strada abbastanza indolore per risolvere la crisi prima che cominciasse, è difficile pensare che oggi, se sbatti i pugni sul tavolo, poi la Merkel cambia lo statuto della BCE. Quindi c'è un po' di confusione su questo, e c'è un po' di confusione in Syriza anche sul fatto che non è che dicano in modo chiaro che dagli aumenti delle tasse che loro prevedono, riescono a finanziare tutto il settore pubblico. Quindi, se io non posso spiegare credibilmente dove prendo il denaro per pagare gli aumenti delle pensioni, l'aumento dei sussidi e quant'altro, faccio populismo e poco altro. Però, ad esempio, il programma di Mélenchon in Francia aveva più o meno gli stessi temi, e quelli avevano invece fatto un bel piano finanziario in cui mostravano che si riusciva a sostenere tutto l'aumento del welfare state che volevano fare con gli aumenti delle imposte che prevedevano.
Abbiamo anche una serie di altri problemi che sono derivati dal neoliberismo e di cui credo che qui vi occuperete oggi. Uno è che tutte le vie di uscita della crisi prevedono un qualche ritorno a un ruolo centrale del Governo della gestione della cosa pubblica per il benesserre collettivo. Però sono anni che ci dicono che i politici rubano. E quindi finché non risolviamo questa cosa, cioè finché non c'è un qualche meccanismo - presumo che voi siate per la democrazia diretta - che sostituisce al politico che ruba un qualcuno che invece agisce per l'interesse della collettività, da qui non si esce, perché se non si esce per questa strada, allora l'alternativa è un neoliberismo ancora più esteso: ognuno per sè. E come si va a finire? Abbiamo problemi di informazione, me lo direte, ancora di più. E sull'ultimo punto, appunto: "se usciamo dall'euro poi abbiamo risolto i nostri problemi?", c'è qualcosa su cui riflettere, perché i problemi di cui vi ho parlato - Germania, Grecia e italia - sono gli stessi che abbiamo/avevamo - centro, nord e mezzogiorno - e che, come sapete, anche una parte degli elettori della Lega non voleva più risolvere in questo modo. Grazie.
***
In sostanza, cari amici, sarà ormai chiaro che la via per uscire dalla crisi non sta nelle indicazioni di questa UE.
Pertanto o vengono pensate delle soluzioni rispettose della democrazia, oggi bellamente messa da parte, e socialmente eque oppure l'inesorabile destino che attende noi e il futuro dei nostri figli sarà quello di un netto peggioramento delle condizioni di vita nel nostro Paese e di un governo nazionale che conterà quanto il fante di picche.
E la nostra Costituzione potrà dormire di un sonno senza risveglio.
Perché uscire dall'Europa? non potremmo noi Paesi dell' Europa del Sud unirci e stamparci da soli i nostri Euro per poter spendere e affrontare così il debito pubblico?
Le cose in realtà sono molto, molto più complesse e molto molto più inquietanti. Per salvarci dovremmo prima recedere dal Trattato di Lisbona, e quindi uscire dall'europa e dall'eurozona. Poi potremmo dedicarsi al sistema italiano tutto da rifare. per uscirne dovremmo far cadere il sistema che abbiamo. Noi abbiamo un sistema a democrazia rappresentativa, la nostra costituzione prevede che siano i nostri delegati a ratificare i trattati internazionali (art. 10 cost.), per questo hanno potuto sottoscrivere il Trattato di Lisbona. Non possiamo usare il referendum, perchè la costituzione dice che il referendum non può essere utilizzato per leggi tributarie e trattati internazionali. Quindi, l'unico sistema per recedere é abbattere il sistema di democrazia rappresentativa, instaurare la democrazia diretta e con il voto diretto del popolo recedere dal Trattato di Lisbona. Il nostro non é un sistema a democrazia diretta. E' un sistema a democrazia rappresentativa e quando l'art. uno recita "la sovranità appartiene al popolo che LA ESERCITA NEI LIMITI E MODI STBILITI DALLA COSTITUZIONE" significa che tali strumenti sono previsti solo in materia di diritti civili e non di altri diritti. Costituzione della Repubblica Italiana - Art. 75.
È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum. NON E' AMMESSO REFERENDUM PER LEGGI TRIBUTARIE E DI BILANCIO, DI AMNISTIA E DI INDULTO, DI AUTORIZZAZIONE A RATIFICARE TRATTATI INTERNAZIONALI. E siccome i referendum li approva la Corte Costituzionale che sta a guardia della Costituzione, non approverà mai, finché l'articolo 75 sarà scritto in questo modo, un referendum abrogativo del Trattato di Lisbona. Quindi prima di tutto capire, in quale situazione ci troviamo. Comprendo che non a tutti é facile districarsi nel guazzabuglio di leggi, leggine e trattati. Il popolo ha ragione di volersi liberare di questa schiavitù, perché di questo si tratta, un nuovo ordinamento globale che ridurrà in cenere tutte le costituzioni e asservirà tutti i popoli. Quindi dobbiamo accusare la verità, anche se fa male, capire chi combattiamo e trovare la giusta via per riscattarci. La via per la libertà é però ragionata e ben determinata, non impulsiva e confusa. Recuperiamo la nostra sovranità prima di tutto, il resto sarà molto semplice. Non ascoltate gli economisti venduti e bugiardi del sistema. Leggete la teoria di Keynes. Teoria di Maynard Keynes o Teoria della domanda aggregata. COn l'applicazione di tale teoria sull'economia reale é stata sconfitta la crisi del 1929. Grillo non é un economista ma il leader di un movimento che fa istanze. Nelle menzioni di Grillo si riconoscono molti riferimenti alla teoria di Keynes.
Il dibattito sociale è fortissimo a causa delle misure di austerity dettate nell’intera Europa. Il nostro paese, che ci dicono fortemente esposto nel debito pubblico, é stato ridotto in briciole, prima da governi eletti ma faragginosi e inetti, poi da un governo tecnocrate non eletto.
La povertà aumentata a dismisura é destinata ad accrescere ancora.
E’ uno Stato miserevole il no...stro, nel quale le condizioni di indigenza di una larghissima fascia della popolazione sono inversamente proporzionali alla miserevole mancanza di valori di una classe dirigente inetta, incapace e meschina, disposta a tutto, anche a svendere quei valori di democrazia conquistati col sacrificio e il sangue, pur di mantenere il proprio status-quo.
Ma come é possibile svendere una democrazia? C’è una Costituzione, scritta a salvaguardia dei diritti imprescindibili di ciascuno?!
Einstein affermò “ non so come si combatterà la terza guerra mondiale, ma so come si combatterà la quarta, con le pietre”
Questa frase, contiene una grande rivelazione, che oggi si presenta in tutta la sua crudezza.
Nel 1992 nasceva col Trattato di Mastricht l'Unione Europea. Sin dagli inizi é emersa la necessità di dare all’Unione una Carta Costituzionale nella quale tutti i popoli aderenti potessero riconoscersi e dalla quale far poi discendere le leggi comunitarie.
La prima bozza della Carta Costituzionale fu bocciata nel 2005 dai referendum francese e olandese. L’opinione dei due popoli era che la Carta conteneva norme che contrastavano con le Costituzioni di entrambi i paesi e che mettevano in serio pericolo la democrazia.
La seconda elaborazione, Il Trattato di Lisbona, non fu sottoposta a referendum popolare, fu sottoscritto dalle classi dirigenti europee in assoluta segretezza, senza che i contenuti ne venissero prima divulgati e approvati dai popoli europei. Perché ??
Il Trattato di Lisbona, che integra e corregge il precedente Trattato di Mastricht, costituisce la Carta Costituzionale europea. Le sue 329 pagine comprendono normative inquietanti:
- il Trattato cancella la sovranità di Stato dei paesi Membri, poiché nomina l’Unione unico soggetto dotato di potere normativo e obbliga gli stati membri a recepire ed attuare nei loro territori la legge emessa dall’Unione;
- esautora gli stati membri della sovranità economica e monetaria istituendo una Banca Centrale Europea, unico soggetto che a proprio insindacabile giudizio stamperà moneta per tutta l’unione e impartirà direttive a tutti i paesi dell’unione in campo economico e finanziario;
- sebbene il trattato di Lisbona recepisca la carta fondamentale dei diritti dell’uomo e il valore della vita di ogni essere umano, in nota in calce all’art. 2 del capoverso “Diritto alla vita” viene riportato quanto segue :
>>>>La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
1. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;
2. per eseguire un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona regolarmente detenuta;
3. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.
Il Trattato inoltre:
- vieta qualsiasi tipo di manifestazione contro l’Unione europea
- sancisce l’obbligo di ciascun paese membro di adottare risoluzioni di guerra contro altri stati qualora l’Unione europea lo ritenga necessario per la salvaguardia della stessa Unione pena l’intervento armato dell’esercito europeo nel paese disobbediente;
- istituisce che l’intera Unione sarà governata da 27 membri nominati (non eletti).>>>>>
Questo Trattato, in sostanza e in realtà, instaura un sistema dittatoriale e introduce la pena di morte. La polizia potrà sparare su chiunque potrebbe costituire un pericolo. Chi deciderà se si tratta di una manifestazione o di un’insurrezione? Chi deciderà se quel soggetto é da abbattere perchè pericoloso? Non sono previsti tribunali, difese e quant’altro.
SI TRATTA DI UN ATTO GRAVE, ABERRANTE, UN ABOMINIO, CHE POTEVA ESSERE SOTTOSCRITTO SOLO SOTTO LA MASSIMA SEGRETEZZA E CON LA COMPLICITÀ DELLE CLASSI DIRIGENTI .
Inutile invocare la Costituzione italiana, essa é divenuta carta straccia, sottomessa e umiliata. Tutti i cittadini europei sono stati occultamente e violentemente sottoposti al potere assoluto che sarà detenuto da un gruppo di 27 persone, quelle stesse persone che appartengono al Gruppo dei Trenta, di cui fanno parte Mario Draghi e Trichet.
Di cosa si tratta se non di un terzo conflitto mondiale? Certo non sì é combattuto nelle strade, nelle piazze, con i carri armati e i fucili. Ecco perché Einstein diceva “non so in quale modo si combatterà la terza guerra mondiale”, Era consapevole che la tecnologia e l’evoluzione delle tecniche di finanza internazionale, avrebbero costituito delle armi pericolose per il genere umano. E’ stata un’operazione agghiacciante, pianificata a tavolino, e le armi usate sono state l’economia e la finanza.
La vessazione continua, la povertà, complice la disinformazione dei media e la propaganda politica, hanno tenuti occupati gli italiani, (ma anche gli altri popoli ) alla lotta per la sopravvivenza giornaliera, impedendo così loro di ragionare su ciò che stava “realmente” accadendo, spingendoli ad informarsi oltre i limiti dell’informazione controllata.
Oggi però, grazie ad una classe europea di intellettuali onesti , composta da giuristi, scrittori, artisti, economisti, docenti universitari, la verità si sta diffondendo.
Oggi siamo ad un bivio, e la strada che decideremo di intraprendere sarà fatalmente il nostro futuro e delle generazioni che verranno.
Dobbiamo decidere, e in fretta, se accettare di rimanere sudditi, senza libertà di espressione, senza possibilità di scelta, oppure possiamo decidere di rialzare la testa, compiere un coraggioso gesto di orgoglio e dire basta, far saltare in aria il sistema corrotto nazionale, la sovrastruttura europea con la sua moneta mostro, e riappropriarci della nostra vita e della nostra terra.
Posto qui sotto un articolo tratto dal blog dell'Avv. Alberto Costanzo, che fa riferimento all'etica del diritto internazionale, ormai bistrattata dal grande potere finanziario sopranazionale quasi non esistesse.
r. v.
Igiene giuridica!
Ricevo il fascicolo n. 40/2012 della Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale e leggo con emozione e commozione (termini inusuali, ma questa volta appropriati) il breve scritto di apertura di Aldo Bernardini, Professore Emerito di diritto internazionale dell’Università di Teramo, dal titolo “Qualche po’ di igiene giuridica”.
Credo che il concetto di igiene giuridica sia veramente inedito. Il Prof . Bernardini ne fa uso in riferimento a taluni recenti accadimenti nello scenario internazionale, dimostrando che non tutti i giuristi hanno abdicato al loro ruolo nella società.
Una boccata d’ossigeno, una lectio magistralis da leggere obbligatoriamente nelle scuole.
Posto due brani dell’articolo:
...
Igiene giuridica è stata anche assicurata dal veto di Russia e Cina al Consiglio di sicurezza della NU sulla questione iraniana. Il progetto di risoluzione presentato da diversi Stati arabi e occidentali porta il numero s/2012/77 in data 4 febbraio 2012. Appare assurda, anzi sfrontata, dopo la scelleratezza perpetrata contro la Libia con l’abuso di una risoluzione del C.d.s. che non prevedeva, nè avrebbe potuto legittimamente prevedere, un “mutamento di regine” a Tripoli (fino all’assassinio del legittimo leader Gheddafi), la pretesa che venisse aperta la strada ad una replica. Non mi soffermo sul ritrito copione del “massacri” ascritti al legittimo governo siriano a fronte di asseriti “inermi” manifestanti, in realtà bene armati e illecitamente sostenuti dall’esterno.
Il contrasto a rivolte interne è per chiarissima normativa internazionale compito, e addirittura dovere di fronte ad interessi stranieri minacciati, del governo costituito, certo tenuto – come però la controparte – ad osservare le norme umanitarie, ma non sino a farsi schiacciare. Le rivoluzioni autentiche devono vincere per forza propria, non per stimolo e sostegno dall’esterno.
Il principio di non ingerenza nei fatti interni con il divieto assoluto di promuovere dall’esterno il “mutamento di regime” è pur esso cardine insormontabile del diritto internazionale, legato alla sovranità.
Il veto attuale, quello sciaguratamente mancato nel caso della Libia, non ha fatto che riaffermare il principio: una risoluzione del C.d.s. con l’ingiunzione al vertice di uno Stato di abbandonare il potere sarebbe insanabilmente illegittima, Russia e Cina lo hanno semplicemente “dichiarato”, impedendo contro la Siria il crimine compiuto ai danni della Libia.
...
Un’altra situazione, pur diversa, legata alla sovranità statale è quella del fiscal compactfirmato dai governi di 25 Stati europei (30 gennaio – 2 marzo 2012) in vista di un trattato con il fine di instaurare un controllo “esterno” sui bilanci statali di approvazione parlamentare, incluso poi l’inserimento nelle Costituzioni dell’esigenza del pareggio di bilancio.
Per limitarci all’Italia, si tratta di una prevista menomazione di sovranità che va ben oltre quanto si è preteso – a mio parere già con forzatura inammissibile, anche se sinora generalmente “trangugiata” – in base all’art. 11 Cost. sulle “limitazioni di sovranità”.
Restiamo sul piano costituzionale, e lasciamo i riflessi su quello internazionale: qui si ferisce una funzione essenziale del Parlamento sovrano, e quindi si attenta alla “sovranità popolare” dell’art. 1, 2° co., Cost., che fa perno sulla sovranità sovrana del Parlamento eletto dal popolo e che è oggetto di uno di quei principii fondamentali che secondo la Corte Costituzionale non sarebbero neppure suscettibili di revisione costituzionale.
In ogni caso non si potrebbe – ma lo si farà – per l’ennesima volta invocare l’art. 11 Cost. per sostenere un siffatto obbligo internazionale che dovrebbe venir sancito da un trattato, sulla base del testo intergovernativo, da ratificarsi in forza d legge ordinaria.
Si può obbligare il Parlamento ad una revisione costituzionale? Ed in particolare contro un principio fondamentale? E se sì, lo si potrebbe fare sulla base di una semplice legge ordinaria di autorizzazione alla ratifica e di esecuzione del trattato internazionale?
Vero è che si trova in elaborazione una modifica costituzionale dell’art. 81. Ci si domanda comunque se un Parlamento espressione della sovranità popolare possa essere sottoposto a siffatti vincoli, che equivalgono all’assunzione di una specifica dottrina economica, con la provocata impossibilità di adottare sovranamente politiche economiche diverse. Si è fin troppo usato l’art. 11 Cost. come valvola che consente all’esecutivo di prendere ogni sorta di misure che travalicano la Costituzione.